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DOVE SIAMO: Supermotard : Curiosità
Lettera aperta di Max Manzo sul suo infortunio
Articolo pubblicato su Ultramotard il: 2007-07-25 13:28:08

CAMPIONATO DEL MONDO SUPERMOTO – assistenza medica inesistente -

Chi vi scrive è pilota professionista da più di vent’anni e conosce bene la “macchina” dei campionati mondiali, la complessità della loro organizzazione e la struttura organizzativa in cui il ruolo dei piloti, fondamentale perché lo spettacolo vada in scena, è spesso troppo poco considerato.

Nello specifico gli alti e bassi del campionato SuperMoto, le nuove regole del monogomma, la proposta di circuiti carenti sotto il profilo della sicurezza, sono argomenti ben noti a tutti i lettori di questa testata nonché a tutti gli operatori di settore; ma “the show must go on!”

Ed è proprio perché lo spettacolo deve continuare che piloti e team si adattano di continuo alle variazioni di rotta dell’organizzazione.

La scelta di adattarsi alle regole del gioco è certamente consapevole da parte di ogni pilota, il non ricevere alcun tipo di assistenza in caso di infortunio durante un week end di gara è però INACCETTABILE!

Si correva il Gp di Bulgaria in un contesto (sociale) veramente povero e carente di infrastrutture territoriali nella città di Pleven a circa 3 ore di macchina dalla certamente più attrezzata città di Sofia.

Il circuito, creato per l’occassione, esibiva un “avveniristico” tratto off road ricoperto da una lingua di asfalto… :” bene adattiamoci, proviamo!” mi dico.

Superata la strana sensazione di affrontare woops e doppi salti su cemento e asfalto, mi butto a capofitto nelle prove libere; certamente complice la sana follia che corre nelle vene di tutti noi piloti, il gioco si era fatto interessante.

Iniziato da poco il turno di prove cronometrate, però, accade l’imprevedibile; durante un giro veloce, evidentemente stringendo più del solito la corda della curva, la ruota anteriore della mia moto urta il cordolo di cemento non ben ancorato sul fondo sterrato che sollevandosi batte violentemente sulla mia gamba.

Nessuna caduta, solo un fortissimo dolore, improvviso e inspiegabile.

Rientrato ai box, la situazione appare subito visibilmente grave e vengono richiesti i soccorsi di pista.
Due infermieri, immobilizzata la gamba, mi trasportano con una macchina ambulanza in quello che loro definivano ospedale.
Evito di dilungarmi nel descrivere al pubblico le condizioni di assoluta sporcizia in cui versavano i locali di quella struttura, o del fatto che era usanza dei medici fumare in ambulanza durante il trasporto.
Una “arrabattata” radiografia rileva una frattura della tibia ed una del perone, quindi i medici ci propongono il trasferimento alla città di Sofia, come unica soluzione per assitere il nostro caso (3 ore di macchina).

Certamente voi immaginerete quale odissea ho vissuto con mia moglie Elisabetta e l’amico Cristian Cullino per cercare di rientrare in Italia in quelle condizioni e poter essere assistito da personale qualificato.

Una equipe di ortopedici ci ha guidato via telefono per cercare nelle farmacie locali i farmaci necessari ad affrontare il volo aereo (in quelle condizioni ritenuto molto pericoloso), la compagnia aerea ha permesso di ottenere assistenza aeroportuale, gli amici piloti e meccanici mi hanno sostenuto moralmente nell’attesa della partenza, ma la Youthstream (organizzatore del campionato) o la Federazione Internazionale (sempre tanto rigida con noi piloti) non si sono degnati neppure di verificare il mio stato di salute.

Nessun cenno di vita!
Nessuna proposta di aiuto per l’organizzazione del viaggio di rientro!

In questo momento sono già stato operato ed ho intrapreso il percorso di guarigione, che mi auguro presto mi riporterà in sella, ma è con vero grande rammarico che voglio denunciare questo atteggiamento che ritengo privo di umanità oltre che di professionalità.

Trovo inammissibile che gli organizzatori, che certamente conoscevano il contesto sociale del territorio in cui organizzavano la gara, non abbiano previsto neppure di offrire assistenza esterna supplementare a tutti noi che siamo il motore della loro macchina”.



Massimo Manzo




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