
L'umanità si divide in due: chi tiene la moto di serie così come arriva dalla vetrina del concessionario e chi, prima ancora di infilarla in garage ha già modificato qualcosa.
Quest'ultima categoria, che definiremmo dei personalizzatori può essere ulteriormente suddivisa in altre due categorie: chi lo fa per puro gusto estetico e chi giustifica gli interventi con motivazioni tecniche (più o meno valide non importa).
Ancora, entrambe le famiglie dei personalizzatori possono essere divise in due sottofamiglie: chi acquista gli accessori necessari alle sue operazioni e chi li realizza da sè.
Sebbene chi appartiene alla prima famiglia possa riuscire a realizzare una moto unica (ma non inimitabile) grazie all'infinità di parti offerte aftermarket, solo chi fa da sè potrà dire di possedere davvero un pezzo unico. Nel bene e nel male.
In entrambi i casi, infatti, lo spirito del dottor Frankestein è pronto a manifestarsi e, pur partendo dai migliori proposti, l'accrocchio più improbabile incombe come una spada di Damocle sul capo del personalizzatore. O perchè ci si lascia prendere la mano o perchè le nozioni di meccanica erano state sopravvalutate, il pericolo di realizzare una moto che ha perso tutta la sua personalità per acquisire quella del suo propietario o un mezzo che non ne vuole sapere di stare in strada (probabilmente si vergogna?) è sempre in agguato.
Nessuno però ammetterà il fallimento e continuerà ad invitare amici e parenti in garage.
Come si sa: "ogni scarrafone è bello a mamma sua".
Lele

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